Articolo 35 della Costituzione: La Repubblica tutela il lavoratore Italiano all’estero.I fantasmi ringraziano per la gentile tutela (con molta deferenza)

I fantasmi ringraziano per la gentile tutela (con molta deferenza).Ci siamo sentiti dare dei codardi traditori che scappano. Un ministro ci ha detto che in fin dei conti è meglio non averci tra i piedi.
In Italia tutti i tassisti si premurano di informarci che siamo fortunatissimi.
Siamo gli Italiani che lavorano all’estero. Dovrebbe confortarci sapere che la nostra Costituzione sancisce che La Repubblica ci tutela. Sarà vero? Innanzitutto rispondo ai tassisti italiani di cui sopra che mi dicono che son bravo, che faccio bene, che sono fortunato e di non tornare mai più in Italia. Rispondo che più vivo all’estero più mi sento italiano. Perché dopo 18 anni in vari paesi esteri, sia occidentali che orientali, so che il paradiso non esiste. Ma esiste una patria, bella o brutta che sia, dove sentirsi a casa. Non iniziamo con il bilancino a contrapporre i vantaggi del fisco Ceco con il sapore dei San Marzano e del radicchio di Treviso. Non è quello il punto. Il punto è il desiderio, il bisogno e il diritto di sentirsi parte di una patria. E noi italiani all’estero sentiamo di non avere una casa a cui apparteniamo di fatto, e più la desideriamo più ci manca, più ci arrabbiamo più la vorremmo.
Siamo italiani, nel bene e nel male abbiamo un’identità. Parlare 7 lingue, guadagnare bene, aprirsi la mente e fare esperienze meravigliose all’estero non riuscirà mai né a toglierci l’identità di sentirci italiani né tantomeno a farci diventare un gallese, un norvegese o un australiano. Anche volendo (ma non vogliamo) non potremmo. Non è solo questione di cultura, di formazione e di emozioni. È una questione pratica: di fatto e di scartoffie.
Essere residenti all’estero da stranieri è un continuo essere ricordati che siamo stranieri. No, non parlo di razzismo, non parlo di integrazione: parlo di incartamenti e semantica. Anche in altri paesi EU, passano anni, molti anni prima di ricevere quella che chiamano la “residenza permanente” con cui quantomeno i diritti si avvicinano un pochino a quelli dei cittadini locali. Ma nel frattempo ricevi al massimo un certificatino di “residenza temporanea”.
Ma c’è di più. Una perversione Kafkiana con cui noi Italiani all’estero sbattiamo la testa ogni giorno. Quante volte vi capita, per scopi veniali o in situazioni formali, di dover compilare un formulario e dover mettere la residenza? Ecco, noi non ce l’abbiamo. E adesso inizia l’inferno. In Italia non siamo più residenti, anzi quando ci iscriviamo all’AIRE diventa proprio ufficiale che in Italia non abbiamo più un indirizzo (altrimenti Equitalia ci verrebbe a cercare, magari tra 10 anni, e porterebbe via pure la casa ai nonni). E nello stato estero dove viviamo, magari da anni? Abbiamo solo la residenza “temporanea”. All’estero credono che siccome l’indirizzo di casa tua in cui fai crescere i figli è solo “temporaneo”, allora ovviamente hai un’altra casa (e non si sa chi ne paghi mutuo e bollette) dove hai la residenza “permanente”. Il modulo chiede dove hai la residenza permanente e devi averne una. Si tratta di un’evidente idiozia. Allora cercate di far capire che il concetto di “temporaneo” si riferisce al TEMPO e non allo SPAZIO. Mi sta bene di etichettarmi come temporaneo, aspetto, ma non chiedermi nel frattempo dove vivo veramente, o dove ho la residenza permanente. Di residenze ne ho solo UNA. Anche perché se avessi la residenza permanente altrove dovrei pagarci le tasse là ma invece io le tasse le pago qua. E se avessi una residenza alternativa là, non partirebbe mai il cronometro per ottenere quella permanente qua. Niente da fare, è inutile litigare, discutere, pagare avvocati o scrivere a Strasburgo. Quello da cui non ti salvi è sentirti chiedere ogni due giorni: “mi dia il suo altro indirizzo, quello vero, quello permanente”. Tutelare il lavoratore italiano all’estero non significa delegare il compito ad una direttiva europea che di fatto non si basa sulla realtà dei fatti. Tutelare implica prendersi la responsabilità se colui al quale si delega non fa il suo dovere. E noi italiani non siamo tutelati nel diritto fondamentale alla realtà: poter dire che abbiamo un solo ed unico luogo di residenza e non due.

Sanità e previdenza sociale

Lo spirto della Costituzione era quello di assicurarsi che i lavoratori italiani all’estero avessero delle garanzie in termini di accesso alla sanità e di condizioni lavorative. Ma siccome in teoria l’Europa non è il terzo mondo, lo stato italiano si lava le mani dai propri obblighi costituzionali dicendo che siamo protetti dato che abbiamo accesso alla fantastica sanità locale che risponde alle direttive europee. Venite a vedere.
Io ho lavorato per anni nel settore sanitario nell’ambiente è noto la barriera linguistica costa delle vite. Ci vogliono anni per imparare lingue europee complesse. Il fatto che all’estero abbiamo il diritto teorico alla sanità non vuol dire che possiamo veramente usufruire del servizio nel normale approccio paziente e medico.  Non siamo ingenui: la sanità costa e noi paghiamo le tasse all’estero. Appunto: paghiamo ed esistono convenzioni europee per trasferire anche temporaneamente i costi tra stati. Il modo esiste ma è volutamente macchinoso e quindi inutilizzabile: si farebbe prima a farsi autorizzare la costruzione di un secondo inceneritore a Parma: provateci.
Vorremmo poter ogni tanto farci le analisi del sangue in Italia. Farci nascere i nostri figli. Ma ce lo impediscono. Si, possiamo farci la visita a pagamento, ma non tutti: lo spirito della Costituzione doveva garantire proprio gli emigranti poveri, quindi la risposta non è pertinente. E anche se vai a pagamento non è semplice. Mia moglie, incinta, fa la visita privata in ospedale a Venezia e si paga gli esami del sangue: vedono un valore sospetto e ci dicono di andare al terzo piano dall’immunologo, e di corsa. Ma non abbiamo la tessera sanitaria quindi potremmo solo prenotarlo privatamente. Ci dicono che non c’è tempo, deve vederla subito. Per noi italiani fantasmi l’unica opzione sarebbe passare per il pronto soccorso, attendere ore, sottrarre risorse preziose ai medici che devono cucire gente con la testa rotta. Perché anche se mi paghi, dice lo specialista, io oggi sono in corsia e da questo ambulatorio devo mettere il numero di tessera nel computer, quindi o ti faccio la visita gratis e rischio la denuncia o giurami che sei un’immigrata extracomunitaria perseguitata e senza documenti che intende richiedere asilo politico: allora applico la convenzione di Ginevra. Ma sei tu Repubblica che hai il mandato di tutelarci.
A proposito, mi è arrivata la “residenza permanente” e le celebrazioni sono ancora in corso, da un anno. Comunque, adesso che mi sono tolto questa soddisfazione, ho deciso di ritornare in Italia, caro tassinaro. Perché l’Italia è mia madre ed è una madre che oggi ha bisogno di cure. E anche noi fantasmi all’estero un cuore ce l’abbiamo e vorremmo mettere a disposizione della nostra Repubblica quello che, tra sacrifici, fortuna e batoste, abbiamo imparato mentre eravamo lontani ma italiani.

 

 

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