Con rispetto delle parole

Pasternak narrava di Lara, il cui scopo nella vita era di riuscire a chiamare ogni cosa con il suo giusto nome o, qualora non vi fosse riuscita, a dar vita a una prole che l’avrebbe fatto al suo posto.

La lezione è profonda: non possiamo prendere per scontato di riuscire ad assegnare, utilizzare o capire il nome giusto per ogni cosa, anche perché le parole hanno vita propria e spesso nascono, si sposano e maturano prima che riusciamo collettivamente a capire il loro vero significato.

Come Lara, tuttavia, dovremmo provarci ma soprattutto irritarci di fronte agli intenti maliziosi di confonderci. La storia Repubblicana inizia proprio così: i padri costituenti cercavano le parole giuste. Il linguaggio politico degli ultimi anni invece sembra essere improntato allo scopo opposto: usare le parole impropriamente per confondere, banalizzare e distorcere.

Non prendetemi per matto ma su consiglio di una persona che stimo sono andato a leggermi le trascrizioni dei dibattiti costituenti (li trovate online sul sito della Camera). La lettura risulta più leggera di quanto non si possa immaginare, anche perché si tratta di dialoghi, di botta e risposta, non di complessi trattati di giurisprudenza. Paradossalmente ascoltare i loro dibattiti risulta più accattivante e d’intrattenimento che guardare Porta a Porta (non se ne voglia l’ospitante, mi riferisco ai suoi ospiti). Molti politici attuali che “puntano tutto sulla comunicazione” falliscono dove i Costituenti riuscivano senza volerlo: l’essere genuini nell’uso delle parole giuste, usare esempi e citazioni per far capire un concetto e non per vendere un prodotto.

Ieri ho aperto a caso una pagina del dibattito del 1947: parlavano di censura e di buoncostume. Erano tutti preoccupati dal nuovo fenomeno della proliferazione di giornaletti osé ma invece di vendere proclami, invece di arroccarsi tra due posizioni polarizzate (‘vergognatevi, dobbiamo salvare i bambini’ contro ‘vergognatevi, viva la libertà’) discutevano animatamente sul significato della censura, sull’evoluzione dell’arte e pesavano le parole facendo morire d’invidia la Lara di Pasternak. In una singola pagina del loro dibattito troviamo citazioni di Ariosto, Flaubert, Maupassant, Boccaccio e Baudelaire: non per fare i fighi ma per capire il significato delle parole.

Con rispetto per le parole. Tale rispetto implicava astenersi dalle false dicotomie perché non è vero che se sei contro la censura allora sei un porco così come non è vero che se voti no al referendum allora sei uno che rema contro il futuro del paese.

Ecco, l’abbiamo detto: troppa politica parla come una televendita anni novanta sui canali provinciali, anzi, cerca proprio di convertire l’elettore alla banalità per poter vendere il nulla, prodotti da due soldi che risolvono problemi da due soldi e che si spaccano dopo due giorni. E ci siamo cascati. Ma ci siamo anche stufati e vogliamo cambiare canale.

Allora facciamo attenzione quando ascoltiamo e leggiamo di politica. Ascoltiamo le parole e  pretendiamone il rispetto. Facciamo qualche esempio di confusione studiata per venderci il multi attrezzo in offerta che renderà felice tutta la famiglia.

Sentiamo usare impropriamente le seguenti parole: profughi, richiedenti asilo, rifugiati, immigrati.

Ehi sveglia! Sono cose completamente diverse. Allora in televisione mentre un filmato mostra un profugo, un ospite cita il delitto commesso da un richiedente asilo, l’altro cita la convenzione internazionale sui rifugiati e l’ultimo chiosa sugli italiani migranti. Tema: l’immigrazione. Falso.

Hanno messo insieme 4 cose che non centrano nulla. Sapete ad esempio che il rifugiato non è semplicemente colui che fugge da un paese ‘in cui non gli vengono riconosciuti i diritti alle libertà democratiche invocate dalla Costituzione’ (Articolo 10) ma colui che viene perseguitato nella lotta per tali diritti? Altrimenti dovremmo accogliere e sfamare obbligatoriamente qualche miliardo di persone: il rispetto delle parole ci obbliga a rispettare chi in Italia e nel mondo ha lottato per i diritti delle donne, dei lavoratori e dei discriminati per fede religiosa o orientamento sessuale, senza confonderli con chi, peraltro legittimamente, cercava fortuna personale. Non perché gli uni siamo migliori degli altri ma perché sono cose diverse facciamo un torto a tutti se le confondiamo.

Sappiamo che espulsione e rimpatrio assistito sono due cose diverse? Tutto fa brodo nel calderone del tema dell’immigrazione. E ci siamo cascati.

Stiamo attenti allora alle parole e rifiutiamo le fallace logiche, anzi: impariamo a conoscerle.

Rifiutiamo gli accostamenti facili tra parole diverse: ricco non vuol dire ladro; potente non vuol dire corrotto; Bocca di Rosa fa un mestiere che non centra nulla con la povera romena ricattata sulla Salaria; lo sport non è il contrario della cultura ma ne fa parte. Così come essere stati condannati di per sé non vuol dire essere malvagi né colpevoli e dovrebbe farci paura ascoltare chi usa la parola ‘condannato’ come un prefisso al cognome e ne invoca l’esclusione dalla politica, dal dibattito culturale e dal contributo alla società. Anche perché tre condannanti hanno contribuitopiù di ogni altro alla libertà e alla prosperità del mondo occidentale: Socrate alla filosofia, Cristo alla morale e Galileo alla scienza. Quindi diffidiamo da chi la fa troppo facile e, abilmente, ci induce a credere che se la Chiesa è ricca allora deve tapparsi la bocca quando parla di povertà, perché proprio la Chiesa, in operoso silenzio, si occupa sulla strada di affidamenti di minori, di disagio sociale e di droga facendo il lavoro che paghiamo altri per svolgere. Ah, e non è vero che Fazio lo paghiamo noi con il canone RAI, visto che esiste anche la pubblicità che porta centinaia di milioni: legittimo che non piaccia, legittimo che i bilanci vadano gestiti a dovere ma usiamo le parole giuste. Altrimenti avanti tutta con i conservanti che fanno male, con la pomata per far crescere i capelli, con la macchina all’idrogeno (trasportato su autocisterne diesel) e con l’Italia che ormai non gliene frega niente a nessuno e non c’è speranza.

Qualcuno vorrebbe farci diventare analfabeti per farci comprare finte soluzioni, perché non ha vere proposte. Avete mai ricevuto quelle email in cui vi chiedono di fare un bonifico da cento euro per sbloccare un milione che avete ereditato da un principe africano che, putacaso, ha scelto proprio te come suo erede? Avete notato che le SPAM sono spesso scritte con cattiva grammatica e piene di errori? Lo fanno apposta: perché vogliono selezionare da subito le persone ahimè meno istruite e meno accorte: se vanno avanti a leggere una roba così sgrammaticata senza accorgersene allora probabilmente finiranno anche per credere alla favola e farsi truffare. Lo stesso avviene nel dibattito politico. Non si rispettano più le parole: è una campagna di diseducazione per renderci più vulnerabili, farci credere alle favole, farci investire speranze in progetti che se va bene sono incompetenti e se va male sono truffe al nostro benessere. Se l’abbiamo capito, aiutiamo altri a non cascarci.

Il punto non è che dobbiamo vergognarci per esserci fatti imbambolare da politici e comunicatori  che ci trattano come deficienti. La questione adesso è cosa sceglieremo. Se riterremo comodo lasciar perdere e spegnerci oppure se vogliamo fare il minimo sforzo di fare domande, di pretendere rispetto per le parole, di non ripetere le false dicotomie che ci vengono proposte. Se vogliamo riscoprire la bellezza del capire: dobbiamo introdurre un educazione al consumo applicata al linguaggio politico. Lara l’aveva intuito il modo di essere al mondo: chiamare ogni cosa con il suo giusto nome. E lo possiamo fare in famiglia, a scuola, in ufficio, al bar e dopo la partita di calcetto. Adesso. Tutti.

 

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