Quel crocefisso mi ricordava con orgoglio la bellezza dell’Italia e della liberta dell’essere Italiani

I miei genitori erano atei. Alle elementari ricordo che c’era un crocefisso al muro e che si faceva il presepe a Natale. Non mi hanno dato fastidio, e vi spiego perché. Anzi, meno male che c’erano. L’assurdità di una sterilizzazione forzata
Semplicemente sarebbe stato molto strano, per me bambino, entrare in un edificio sterilizzato dall’italianità. I simboli religiosi in Italia sono dappertutto: nei paesi gli edifici più alti sono campanili, impossibile non notarli. Da quel campanile provengono anche i tocchi che scandiscono le ore e, in un piccolo paese come il mio, anche tanti annunci: è morto qualcuno (andiamo in
piazza a chiedere chi), un matrimonio, una nascita, un funerale o una festa. Le statue e i monumenti, le facciate dei palazzi, gli affreschi delle ville, la stragrande maggioranza dell’arte italiana rappresentano simboli, scene o riferimenti biblici e della storia della Chiesa. I miei genitori, per quanto non Cattolici, mi portavano a visitare i musei, possedevano montagne di libri di storia e
di storia dell’arte: il tutto era pieno zeppo di riferimenti alla cristianità. Essere in una scuola in cui c’era qualche riferimento alle tradizioni cristiane non mi indispettiva, anzi, era semplicemente coerente con la storia del mio paese.
Non ho mai pensato che il crocefisso al muso fosse un invito alla conversione, così come non lo era ammirare un Giotto o visitare la basilica di Aquileia. Di crocefissi ne vedevo a migliaia per strada, nelle gite con i miei non-Cattolici genitori, nelle figure dei libri, dalla bicicletta, dalla macchina,
nelle case dei parenti e dei compagni: non mi offendevano. Quindi, perché avrebbe dovuto offendermi quello appeso al muro della classe? Ero Italiano, in Italia e vedevo un crocefisso: capirai che stranezza! E il bello era proprio che in Italia un Italiano era libero di credere o non credere quel che voleva, indipendentemente dall’altissima concentrazione di raffigurazioni
religiose. Quel crocefisso mi ricordava con orgoglio la bellezza dell’Italia e della liberta dell’essere Italiani.

La pesantezza del togliere

Avere la moto è bello, non averla è assolutamente normale ma se te la tolgono è un altro discorso.
Togliere, che si tratti di rubare, sequestrare o perdere, ha un significato pesante. I crocefissi nelle scuole, così come il presepe o i racconti di Natale, ci sono già. Decidere di togliere acquista un significato fortissimo. A me ricorda la censura. Togliere qualcosa che c’è da secoli non è uno sforzo di laicità ma un sopruso della laicità. Mi infastidisce e sono moltissimi i non credenti che sono più
irritati da una proposta di censura del 2017 che da un crocefisso appeso alle pareti secoli fa. Gli stessi non credenti sono altrettanto stupiti che i cristiani siano favorevoli alla censura di un’espressione della loro tradizione.

La cultura morta va bene, quella viva no

Dunque, i crocefissi nei libri di storia dell’arte non creano problemi. Le statue delle divinità Greche e Romane vanno bene. Gli altari nei musei vanno bene. La musica sacra di Handel è bellissima.
Certo, si tratta di cultura e arte, si tratta di storia, non vogliamo mica cancellare la storia, dicono i paladini delle classi crocefisso-free. Quindi, mi par di capire, se ci sono manifestazioni storiche (di gente morta in sostanza) va bene. Se, invece, oggi, adesso, le stesse tradizioni sono portate alla vita… allora no! Handel si, le canzoncine di Natale no. Giotto si, il presepe in classe no.
Michelangelo si, il crocefisso di plastica al muro no.
Accettare la cultura come passato e rifiutare di accettarne la persistenza nella vita reale del presente: un abuso che fa male a tutti. Fa male in primis a chi quella tradizione censurata la sente viva nella propria identità, nel proprio pensare ed essere, in questo caso a chi dal simbolo religioso
trae tuttora emozione e ispirazione.
Fa male anche a chi di quella tradizione è innegabilmente figlio: anche l’Italiano non Cattolico, non praticante o non credente è figlio di una storia in cui la Chiesa ha avuto un ruolo enorme; non possiamo capire la storia, la lingua, la letteratura, l’arte, la sociologia, nulla dell’Italia se non fattoriamo il ruolo della Chiesa: dobbiamo conoscere la tradizione Cristiana non per adottarla ma
per capirci. Questo era il motivo per cui i miei saggi genitori non-Cattolici mi hanno esposto alle Scritture, ai precetti e alle tradizioni Cristiane: altrimenti non avrei mai potuto apprezzare e capire nulla della mia Patria. E questo è il motivo per cui è stato importantissimo per me vedere la cristianità dal vivo (non dai racconti o dai libri): a partire dalla scuola. Ho capito la commozione del
credente, ho visto come il racconto religioso ne influenzava la morale sin da bambino, ho assistito alla creazione di ricordi carichi di emozioni in un canto di Natale. Se per capire tutto della nostra stessa cultura dobbiamo conoscere il Cristianesimo, allora (e tanto più se in famiglia non lo siamo) non facciamoci perdere l’opportunità di vedere il cristianesimo nella sua versione viva: lasciando che i cristiani facciano i cristiani.
Infine, se vogliamo che i non Italiani che arrivano si integrino, dobbiamo insegnare loro le radici della nostra cultura: perché mica è facile essere Italiani, essere eredi di millenni di Storia! Capire istantaneamente quale palazzo è aristocratico, quale religioso e quale istituzionale, solo passandoci davanti, non sappiamo neanche come, così. Cogliere ironia in un Caravaggio. Capire
che quell’affresco rappresenta le Grazie e non dei personaggi dei fumetti, e cercare quella mancante. Trovarsi felici senza sapere perché, mentre le campane suonano, perché istintivamente sappiamo che sono ‘a festa’. Provare una triste nostalgia davanti a un Giotto, perché inconsciamente ricorda il presepe e quindi le vacanze di natale e quindi i nonni. Essere Italiani è difficile, è complesso, è bellissimo. Non banalizziamolo.

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