In nome della governabilità, in queste settimane, Mattarella ha tollerato tanti, e anche troppi strappi istituzionali, ad incominciare dal più grave, e cioè che fossero i partiti ad indicare al Presidente il nome del premier, e non il contrario, come prevede la Costituzione

La politica infatti può e deve dare disponibilità a formare le maggioranze, ma non certo esprimere un nome secco, almeno fino a quando non vi sarà una elezione diretta del capo del governo, In questo caso, poi, non si sarebbe nemmeno trattato del capo di una delle forze politiche vincenti, quindi la segnalazione da parte di Salvini e Di Maio era comunque del tutto irrituale.

Ieri sera il Presidente ha spiegato il motivo del suo stop alle fratture della regola. Infatti la lista dei ministri avrebbe portato la sua firma, e perciò il suo avallo. Chi parla di abuso pertanto dimostra di non conoscere, o di non capire, la Costituzione italiana.

 

 

Certo sarebbe stato meglio se il Presidente avesse puntualizzato anche nei passaggi precedenti che la sua tolleranza per le infrazioni costituzionali era consapevole e motivata per amore di stabilità: questo avrebbe prevenuto e reso impossibili le critiche di questa sera. Che restano giuridicamente infondate, ma politicamente fanno chiasso.

Ben venga quindi un ripristino delle norme, cioè delle istituzioni, cioè della democrazia.

Perché democrazia non significa che una qualunque maggioranza può intestarsi l’interpretazione assoluta e inappellabile di cosa sia il bene comune, democrazia significa qualunque maggioranza, nel momento in cui incarna una istituzione (governo incluso quindi) deve fare il bene anche di coloro che non rappresenta in modo diretto.

Siamo in pochi a ricordarci che la macchina dello Stato va rispettata perché serve a tutti, anzi perché serve soprattutto ai più deboli (i più forti stanno di sicuro meglio senza)

Non è così che si ripristina la dignità dell’Italia sulla scena Europea, e mondiale. E Dio sa quanto ne abbiamo bisogno.

A questo punto entrambi gli scenari sono migliori di ciò che ci aspettava ieri: se si votasse ora il centrodestra, che andrebbe ovviamente unito al voto, supererebbe di sicuro il 40%, e la probabile flessione dei 5 stelle spianerebbe la strada ed un governo finalmente normale, con piena legittimazione popolare.

Se invece non si va a votare, e comunque mentre si attende di andarci, Mattarella ha comunque messo un suo uomo al governo che, anche se non raccogliesse la fiducia, parteciperebbe in ogni caso agli importanti appuntamenti istituzionali che attendono l’Italia, come il summit Nato e altri impegni in sede europea, assicurandosi così la continuità della politica italiana circa i rapporti con la Nato, l’Unione Europea e l’euro.

A proposito poi dell’Euro, è chiaro che a questo punto non è assolutamente possibile ragionare di come uscirne. Non avremmo forse dovuto entrarci, o meglio entrando avremmo dovuto negoziare in modo meno fallimentare il nostro concambio (Prodi con le duemila lire per euro ha condannato alla povertà tutti gli anziani d’Italia per una generazione, ad esempio, ma questa è una storia di cui parleremo meglio un’altra volta).

Ora uscire dalla moneta unica avrebbe un costo insostenibile, e generebbe un indotto negativo incalcolabile. La verità è che questa storia dell’uscita dall’euro è diventata come la secessione per Bossi: un grido di battaglia impossibile per non dover combattere davvero sul tavolo della realtà.

Di fronte a tutto questo, responsabilmente, Italia Madre alza la testa, e chiama a raccolta le persone di buona volontà.

Ci vediamo a Reggio Emilia

Irene Pivetti

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