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L’Ex Presidente della Camera, Irene Pivetti, domenica 27 maggio a Roma ha presentato il suo partito “Italia Madre” in occasione dell’Assemblea Generale delle Cooperative organizzata dal Consorzio Gruppo La Meridiana

La Presidente di Italia Madre Irene Pivetti con il Presidente de La Meridiana Maurizio Attili

La Presidente Pivetti ha dichiarato: “Ritengo altissimo il valore che il sistema cooperativistico incarna e che è profondamente radicato nel testo della nostra Costituzione. Esso è testimone di valori di cui l’Italia ha estremamente bisogno in questo momento storico, in quanto esempio prezioso di responsabilità e cittadinanza attiva.”

“In un’epoca in cui molte strutture portanti dello Stato, della società, e anche della politica, sembrano dimenticate, Italia Madre – prosegue- è una realtà politica nata per salvaguardare i valori dei cittadini e per difendere gli interessi politici ed economici dei lavoratori.”

“Ciò che dobbiamo difendere -conclude- e che possiamo insegnare ai paesi esteri è la qualità italiana del lavoro e dei suoi eccezionali lavoratori. Questo è quel made in italy di cui sono estremamente orgogliosa e di cui l’Italia può essere esportatrice diventando un serio punto di riferimento in tutto il mondo.”

Quel crocefisso mi ricordava con orgoglio la bellezza dell’Italia e della liberta dell’essere Italiani

I miei genitori erano atei. Alle elementari ricordo che c’era un crocefisso al muro e che si faceva il presepe a Natale. Non mi hanno dato fastidio, e vi spiego perché. Anzi, meno male che c’erano. L’assurdità di una sterilizzazione forzata
Semplicemente sarebbe stato molto strano, per me bambino, entrare in un edificio sterilizzato dall’italianità.

Con rispetto delle parole

Pasternak narrava di Lara, il cui scopo nella vita era di riuscire a chiamare ogni cosa con il suo giusto nome o, qualora non vi fosse riuscita, a dar vita a una prole che l’avrebbe fatto al suo posto.

Articolo 35 della Costituzione: La Repubblica tutela il lavoratore Italiano all’estero.I fantasmi ringraziano per la gentile tutela (con molta deferenza)

I fantasmi ringraziano per la gentile tutela (con molta deferenza).Ci siamo sentiti dare dei codardi traditori che scappano. Un ministro ci ha detto che in fin dei conti è meglio non averci tra i piedi.
In Italia tutti i tassisti si premurano di informarci che siamo fortunatissimi.
Siamo gli Italiani che lavorano all’estero. Dovrebbe confortarci sapere che la nostra Costituzione sancisce che La Repubblica ci tutela. Sarà vero? Innanzitutto rispondo ai tassisti italiani di cui sopra che mi dicono che son bravo, che faccio bene, che sono fortunato e di non tornare mai più in Italia. Rispondo che più vivo all’estero più mi sento italiano. Perché dopo 18 anni in vari paesi esteri, sia occidentali che orientali, so che il paradiso non esiste. Ma esiste una patria, bella o brutta che sia, dove sentirsi a casa. Non iniziamo con il bilancino a contrapporre i vantaggi del fisco Ceco con il sapore dei San Marzano e del radicchio di Treviso. Non è quello il punto. Il punto è il desiderio, il bisogno e il diritto di sentirsi parte di una patria. E noi italiani all’estero sentiamo di non avere una casa a cui apparteniamo di fatto, e più la desideriamo più ci manca, più ci arrabbiamo più la vorremmo.
Siamo italiani, nel bene e nel male abbiamo un’identità. Parlare 7 lingue, guadagnare bene, aprirsi la mente e fare esperienze meravigliose all’estero non riuscirà mai né a toglierci l’identità di sentirci italiani né tantomeno a farci diventare un gallese, un norvegese o un australiano. Anche volendo (ma non vogliamo) non potremmo. Non è solo questione di cultura, di formazione e di emozioni. È una questione pratica: di fatto e di scartoffie.
Essere residenti all’estero da stranieri è un continuo essere ricordati che siamo stranieri. No, non parlo di razzismo, non parlo di integrazione: parlo di incartamenti e semantica. Anche in altri paesi EU, passano anni, molti anni prima di ricevere quella che chiamano la “residenza permanente” con cui quantomeno i diritti si avvicinano un pochino a quelli dei cittadini locali. Ma nel frattempo ricevi al massimo un certificatino di “residenza temporanea”.
Ma c’è di più. Una perversione Kafkiana con cui noi Italiani all’estero sbattiamo la testa ogni giorno. Quante volte vi capita, per scopi veniali o in situazioni formali, di dover compilare un formulario e dover mettere la residenza? Ecco, noi non ce l’abbiamo. E adesso inizia l’inferno. In Italia non siamo più residenti, anzi quando ci iscriviamo all’AIRE diventa proprio ufficiale che in Italia non abbiamo più un indirizzo (altrimenti Equitalia ci verrebbe a cercare, magari tra 10 anni, e porterebbe via pure la casa ai nonni). E nello stato estero dove viviamo, magari da anni? Abbiamo solo la residenza “temporanea”. All’estero credono che siccome l’indirizzo di casa tua in cui fai crescere i figli è solo “temporaneo”, allora ovviamente hai un’altra casa (e non si sa chi ne paghi mutuo e bollette) dove hai la residenza “permanente”. Il modulo chiede dove hai la residenza permanente e devi averne una. Si tratta di un’evidente idiozia. Allora cercate di far capire che il concetto di “temporaneo” si riferisce al TEMPO e non allo SPAZIO. Mi sta bene di etichettarmi come temporaneo, aspetto, ma non chiedermi nel frattempo dove vivo veramente, o dove ho la residenza permanente. Di residenze ne ho solo UNA. Anche perché se avessi la residenza permanente altrove dovrei pagarci le tasse là ma invece io le tasse le pago qua. E se avessi una residenza alternativa là, non partirebbe mai il cronometro per ottenere quella permanente qua. Niente da fare, è inutile litigare, discutere, pagare avvocati o scrivere a Strasburgo. Quello da cui non ti salvi è sentirti chiedere ogni due giorni: “mi dia il suo altro indirizzo, quello vero, quello permanente”. Tutelare il lavoratore italiano all’estero non significa delegare il compito ad una direttiva europea che di fatto non si basa sulla realtà dei fatti. Tutelare implica prendersi la responsabilità se colui al quale si delega non fa il suo dovere. E noi italiani non siamo tutelati nel diritto fondamentale alla realtà: poter dire che abbiamo un solo ed unico luogo di residenza e non due.